Festa partecipata quella della Repubblica, tenutasi nell'omonima piazza del centro storico. Qui riportiamo il discorso pronunciato dalla sindaca Alberta Ticciati e la relazione del dottor Giovanni Brunetti, docente all'università di Udine e collaboratore di Istoreco Livorno che il 2 Giugno ha rappresentato intervenendo su " Le radici della Repubblica. Democrazia e partecipazione civile nell'Italia contemporanea".
Un ringraziamento sentito va a tutti i partecipanti, alle autorità e alle associazioni, alla Filarmonica Mascagni con la sia "Signorini band" che ha allietato con la musica e sottolineato i momenti istituzionali con l'inno d'Italia e d'Europa, all'Evc e ai Bar della piazza per l'aperitivo offerto ai partecipanti.
Gli Interventi pronunciati
Sindaca Alberta Ticciati:
Un saluto e un sincero ringraziamento alle autorità civili e religiose, alle associazioni, ai cittadini e alle cittadine. Oggi è il 2 giugno, giorno in cui si celebra la nascita della nostra Repubblica, prima vera grande partecipazione al voto di tutti i cittadini del nostro Paese, fu questa la prima volta in cui alle urne si recarono anche le donne, sino ad allora escluse dall’esercizio del diritto di voto, raggiungendo oltre il 90% di affluenza. Si scelse la Repubblica e si respinse la Monarchia: “Mai nella storia è avvenuto né mai ancora avverrà, che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re” disse Piero Calamandrei. Un “miracolo della ragione, una realtà pacifica e giuridica -la definì Calamadrei- scesa dall’empireo degli ideali nella concretezza terrena della storia, entrata senza sommossa e senza guerra civile nella pratica ordinaria della Costituzione”.
Oggi in questa giornata non si ricorda soltanto la storia, ma si celebra l’identità stessa della nostra Repubblica, si rafforza la consapevolezza di quei principi e quei valori faticosamente sanciti e trasferiti poi all’interno della Carta Costituzionale che orientano la vita del popolo e di coloro che hanno a vari livelli funzione di governo, come le istituzioni.
L’affermazione della Repubblica fu la più grande rivoluzione pacifica dal basso che la storia abbia mai conosciuto, spinta da principi e obiettivi di pace, di libertà, di indipendenza, contraria a ogni tipo di guerra e violenza.
Questa intenzione, questa grande ambizione trovò forma e concretezza nella nostra carta fondante, la Costituzione, che pose come pilastri portanti la pace, il rispetto e la collaborazione tra i popoli e tra le nazioni. Un Primo determinante passo e condizione fondante per quella che fu poi la costruzione dell’Europa, un’unione in prima istanza vocata alla pace e alla libertà.
Oggi più che mai questo richiamo al dialogo e alla diplomazia trova rispondenza, forza e significato, nell’art. 11 della carta Costituzionale che assume importanza prioritaria nel ripudiare la guerra quale strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, nel promuovere la nascita di organizzazioni internazionali rivolte a pace e giustizia, così come è stato in quasi 80 anni di storia.
In un mondo costellato da conflitti e guerre, gli articoli della nostra Costituzione raccontano quanto ci sia ancora molto da fare per attuarli, per costruire percorsi di crescita e non accontentarsi soltanto della proclamazione dei principi in essi contenuti.
Oggi nel mondo sono attivi 56 conflitti di diversa estensione e intensità che coinvolgono, direttamente e indirettamente, oltre 92 Paesi, che hanno costretto oltre 100 milioni di persone a migrare per sfuggire alle violenze. Tra questi il conflitto russo-ucraino che ormai da più di tre anni sta consumando territori e seminando morte.
E poi c’è il Il Medio Oriente. Il sanguinario e colpevole attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, che vede ancora ostaggi rapiti e trattenuti contro la loro volontà, a cui oggi si aggiunge il dramma inconcepibile e inaccettabile in atto nella striscia di Gaza, dove si è superato ogni limite, dove sono stati dimenticati gli elementi più basici del diritto umanitario, dove si assiste ad un vero e proprio genocidio, una distruzione di massa che impone alla comunità internazionale e ancor di più all’Europa e all’Italia, che hanno proprio nella pace e nel ripudio alla guerra i loro principi fondativi, una forte e determinata richiesta di cessate il fuoco e un immediato intervento delle organizzazioni umanitarie per dare la necessaria assistenza alla cittadinanza!
Una violenza ed un odio a cui nessuno è immune. Le manifestazioni di violenza, di odio nei confronti del diverso, della ricerca del nemico da annientare o sopraffare, della conquista di spazi e territori, ma anche l’utilizzo di un certo linguaggio sempre più lesivo della persona e della sua dignità, si riaffacciano nel mondo con imponenza e frequenza sempre più costante, rischiando di mettere in discussione quasi ottant’anni di sapiente, faticosa e minuziosa costruzione di pace, libertà, diritti, rischiando di disperdere i grandi insegnamenti e le preziose eredità che i padri e le madri costituenti ci hanno tramandato con i loro sacrifici, con la loro tenacia e la loro grande lungimiranza e visione.
No non si possono ritenere valori e diritti “ormai conquistati”, non si possono solo invocare, ripercorrendo astrattamente i passi della storia. Vanno riconosciuti, riletti, condivisi, riaffermati ogni qual volta sia utile e possibile, con più forza di ieri, soprattutto laddove sempre più spesso sembrano vacillare, perdere consistenza. Devono evolvere trasformarsi ed adattarsi alla realtà di oggi, senza però smarrire i cardini fondanti che li generano, quali il riconoscimento ed il rispetto reciproco prima tra uomini, poi tra popoli e nazioni, riscoprendo il valore vero e profondo dell’umanità intera.
Nel mondo ci sono enormi problemi incombenti: la crisi climatica, i fenomeni migratori, le intollerabili diseguaglianze, il pericolo di una guerra totale, inevitabilmente nucleare, che non avrebbe né vinti né vincitori, ma la fine dell'umanità stessa. Per la risoluzione di quei problemi devono essere indirizzati gli sforzi della comunità internazionale. Una sfida che ciascuno di noi deve cogliere e sentire come propria, ma che soprattutto chi rappresenta le istituzioni deve sentire come responsabilità pesante sulle proprie spalle. Ne va della costruzione di una società più equa, più giusta, più solidale, più generosa, più ricca da tutti i punti di vista, più umana.
Non può sfuggire, inoltre, che questo anno la Festa della Repubblica precede l’appuntamento dell’8 e 9 giugno, data in cui i cittadini e le cittadine del nostro Paese saranno chiamati alle urne per esprimersi rispetto ai 5 referendum sulla dignità del lavoro e sulla cittadinanza, temi che saldano assieme altri due articoli della Costituzione che oggi celebriamo, dettandone il senso complessivo: l’art.1 che fonda la Repubblica sul lavoro e l’art. 3 che indica la via maestra dell’eguaglianza di tutti davanti alla legge. Appuntamento che qualcuno vorrebbe occultare e invitare a disertare ma, che non è altro che rappresentazione concreta e fattiva di quegli stessi valori che oggi celebriamo insieme alla nostra Repubblica e che richiamano alla coscienza civica, alla memoria storica e al valore della partecipazione attiva alla vita democratica.
Potrà sembrare “fuori tema” parlare oggi in questa giornata di festa di tutto questo, ma non lo è. Non lo è affatto. Oggi è la festa della Repubblica, la vittoria della democrazia, della partecipazione attiva, l’affermazione della sovranità popolare, dei diritti inviolabili, dell'uguaglianza, della solidarietà, del diritto al lavoro, dell'autonomia locale, della tutela delle minoranze, del ripudio della guerra e della promozione della pace, della protezione dell'ambiente e del rispetto del patrimonio storico e artistico. La festa del popolo italiano che crede e vive all’insegna di questi principi.
Che questa giornata sia occasione per condividere un rinnovato impegno, che parta da ciascuno di noi, che tragga ispirazione dall’esperienza della storia e stimolo dal presente, che ci aiuti a scegliere gli esempi migliori e ci spinga ad attualizzarli, che ci aiuti a prendere posizione contro le ingiustizie e le sopraffazioni anche quando queste non riguardino noi stessi o chi ci è vicino, che ci stimoli a trovare nuove forme e nuovi strumenti per riaffermare quegli stessi principi, oggi più di ieri, indispensabili per costruire un futuro che sia luogo di speranza, di occasione, di opportunità, di crescita, a beneficio di tutti e di tutte, soprattutto delle giovani generazioni del nostro Paese, dell’Europa e di tutto il mondo.
Con questo spirito, impegno e auspicio, auguro a tutti voi un buon 2 Giugno! Viva la Repubblica!
Dott. Giovanni Brunetti " Le radici della Repubblica. Democrazia e partecipazione civile nell'Italia contemporanea"
Gentili Autorità civili e militari,
Cittadine e cittadini presenti,
È un onore per me partecipare insieme a voi a questa festa della Repubblica.
Per il mio intervento vorrei partire da un assunto: la crisi della democrazia, oggi, non è più una semplice ipotesi. È una realtà che si manifesta in molte parti del mondo. Oserei dire: nella maggioranza.
I segnali sono evidenti e ricorrenti. Vediamo crescere la disaffezione verso la politica. L’astensionismo è diventato la prima forza del paese. E, ancora più grave, si diffonde una sfiducia profonda nella capacità del singolo cittadino di incidere sul destino collettivo.
Viviamo una condizione che ha del paradossale. Generazioni molto diverse tra loro – come i «boomers» e i «millennials»– si trovano oggi d’accordo su un punto: i sistemi democratici, nati nel secondo dopoguerra, sembrano superati.
Si pensa che siano troppo lenti, poco rappresentativi, inefficaci. E così, quasi senza accorgercene, rischiamo di entrare in un nuovo ciclo storico. Un tempo in cui la partecipazione democratica viene considerata inutile… o addirittura dannosa.
Io non sono un politico. Faccio lo storico. E da storico, non ho né il compito né la presunzione di predire il futuro. Ma credo che la memoria possa essere uno strumento potente per comprendere il presente. E forse, anche per affrontarlo.
Ed è per questo che oggi vi propongo di fare insieme un passo indietro. Di tornare, anche solo per un momento, a quella data che ha segnato l’inizio della nostra storia repubblicana: il 2 giugno 1946.
Quel giorno non fu un semplice evento elettorale. Fu il risultato di un lungo, doloroso e dissestato cammino. L’Italia usciva da una guerra tragica, sconfitta militarmente, distrutta moralmente.
Eppure, grazie alla Resistenza, al coraggio di tante donne e uomini, e all’intervento dei Paesi vincitori – Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica – ci fu concesso di scegliere. Di decidere che tipo di Stato volevamo essere.
È importante ricordare che non a tutti gli sconfitti fu data questa possibilità. In Germania e in Giappone, per esempio, le nuove istituzioni furono imposte dai vincitori. In Italia, invece, si permise al popolo di esprimersi. Di votare. Di contare.
Eppure, quella libertà non fu compresa da tutti, almeno all’inizio. Perché la democrazia non è un’abitudine innata. È un esercizio. Una responsabilità. Bisogna imparare a confrontarsi, ad accettare il dissenso, a mediare. All’epoca, la Consulta Nazionale – un organo simile a un Parlamento –segnalava il disagio di molti cittadini. Si lamentavano del fatto che non ci fosse più “uno solo al comando”, che le decisioni venissero prese lentamente, con lunghe e annose discussioni tra partiti. Ma proprio lì stava il cuore della democrazia. Nella fatica di costruire insieme un destino comune.
Grazie alla determinazione di leader come Ferruccio Parri, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti,Pietro Nenni, Epicarmo Corbino e molti altri, quel passaggio cruciale fu accompagnato con grande senso di responsabilità.
E non accadde solo in Italia. Tra il 1945 e il 1946, molti Paesi europei tornarono al voto: Francia, Austria, Belgio, Albania, Grecia. Ovunque si cercava di ricostruire non solo le città, ma anche i legami tra le persone.
In Italia, un elemento fondamentale fu il diritto di voto alle donne. Per la prima volta, la voce femminile entrò pienamente nella vita pubblica nazionale. Un cambiamento enorme, che diede nuova profondità alla partecipazione democratica.
Eppure, la frattura del paese era ancora viva. Solo negli ultimi decenni gli storici hanno riconosciuto che l’Italia, tra il 1943 e il 1945, visse una vera guerra civile. Da un lato, chi combatteva per la libertà. Dall’altro, chi restava fedele al regime fascista o collaborava con l’occupante tedesco.
In questo contesto, il referendum del 2 giugno e l’elezione dell’Assemblea Costituente furono un atto di ricucitura nazionale. Un’occasione per permettere a tutti – proprio a tutti – di contribuire alla rinascita.
E qui voglio sfatare un mito: secondo gli studi più recenti, la maggioranza dei voti monarchici non venne dal Sud, come spesso si dice. Ma, in proporzione di circa 1/3 e 2/3, dal Nord. Il paese era diviso, sì, ma partecipava. E questa è la vera forza della democrazia.
Il cammino della Repubblica fu quindi tutto fuorché scontato. Fu un’ipotesi, una scelta, un’utopia condivisa. E da quell’utopia nacque qualcosa di straordinario: una Costituzione fondata sul compromesso alto, sul riconoscimento reciproco, sul dialogo. Come disse Piero Calamandrei: «Un miracolo della ragione».Un miracolo che evitò al nostro Paese lo stesso bagno di sangue che vissero altri, come la vicina Grecia.
Da allora, l’Italia ha attraversato stagioni molto diverse. Ha conosciuto la crescita economica e industriale, le crisi, le tensioni sociali, il terrorismo, la corruzione. Ma ha anche visto generazioni intere vivere all’interno di un orizzonte democratico, con le sue luci e le sue ombre.
E oggi? Oggi siamo ancora chiamati a fare una scelta .A scegliere se vedere il 2 giugno come una semplice ricorrenza, oppure come un’occasione per ricordare da dove veniamo e decidere dove vogliamo andare. Perché il voto – ieri come oggi – non è solo un diritto. È un gesto di fiducia. È la possibilità di scrivere, ogni volta, una pagina nuova della nostra storia.
Comprendo l’inquietudine del presente. La politica del nostro tempo è spesso confusa, fragile, incapace di dare risposte. Ma se oggi siamo qui, liberi di riunirci, di pensare, di parlare… lo dobbiamo anche a quel giorno del 1946.E dimenticarlo sarebbe un errore imperdonabile.
Celebrare il 2 giugno, dunque, non è un rituale vuoto. È un atto civile.
È un’occasione per tornare a credere – con consapevolezza e con spirito critico – che la democrazia non è un bene garantito per sempre. Ma qualcosa che va curato, difeso, esercitato. Ogni giorno. Grazie.